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"Le SS ci guardavano, per loro eravamo come degli scarafaggi"

Fino al 14 febbraio presso la sede di Azione gay e lesbica sarà possibile visitare

Mostra fotografica sulle donne deportate a cura di Azione Gay e Lesbica Firenze

 

 

L’annullamento della personalità, il degrado dell’essere umano alla condizione di animale, la privazione della dignità: tutto nei campi di sterminio era finalizzato al raggiungimento di questo obiettivo.
Il titolo di questa mostra, tratto dalla testimonianza di una donna sopravvissuta, rappresenta questa riduzione ad animale da distruggere, prima nell’intimo e poi fisicamente.
Recuperare l’umanità e la differenza di genere di chi fu preda dell’orrore nazista ha il significato di restituire dignità alle vittime, non per creare un semplice album dei ricordi delle barbarie passate, ma per dare valore sociale e politico a quelle sofferenze facendo sì che servano da anticorpo sociale contro nuove violenze.
Riflettere sulla peculiarità delle sofferenze e delle sopraffazioni patite da uomini e donne può aiutarci a superare il neutro della testimonianza ed a comprendere le differenti traiettorie esistenziali di individui segnati da una diversa educazione, da diversi ruoli sociali, da diversi modi di percepire ed affrontare la separazione, l'umiliazione, la perdita.
Guardare alla specificità della deportazione femminile non vuole affermare un di più di dolore e di sofferenze, ma dare conto di un'esperienza differente, di una violenza che ha voluto colpire la donna in quanto tale. Potremmo definire la deportazione nei campi di concentramento delle donne come uno stupro di massa. La coniugazione del maschilismo con il razzismo ha fatto sì che le donne nei campi di concentramento divenissero femmine pericolose riproduttrici di razze degenerate. Non donne, ma scarafaggi femmina.
Questa mostra non concede sconti al buon gusto, e le immagini proposte sono talora estremamente crude: mammelle rese grumi di carne e corpi femminili denudati, ammazzati e poi accatastati, come nei peggiori incubi.
Questo fu il nazismo, e di fronte ad esso preferiamo lasciare il buon gusto agli ipocriti.
Quei corpi sono anche i nostri corpi, e solo questa consapevolezza può permetterci di accostarci alle immagini proposte con rispetto, può consentirci di affrontare l’orrore senza rimanerne paralizzati/e ma, rivivendo su di noi quel dolore, trarne la rabbia necessaria per opporci con tutto il nostro essere all’avanzare di ideologie violente che qui ben vediamo dove possono condurre.

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Perché è un’associazione gay e lesbica a proporre questa mostra?
Perché per noi la politica parte dai nostri corpi, dai nostri desideri, e sappiamo che la negazione del corpo delle donne che vediamo in queste immagini ha la stessa origine della negazione dei nostri corpi, delle nostre vite.
Perché siamo fra quelle e quelli più soggetti all’odio che ha prodotto questo orrore.

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A corredo della mostra è prevista la distribuzione di un opuscolo che contiene analisi e testimonianze sul vissuto delle donne nei campi di concentramento.